OpenPompei verso la chiusura: è ora di passare il testimone alla società civile

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Il progetto OpenPompei volge al termine a fine Gennaio 2016.
Ci era particolarmente a cuore organizzare a Pompeii un incontro di chiusura che fosse anche un “passaggio di testimone” di quello che è stato il nostro mandato principale, ovvero supportare il Grande Progetto Pompei nella realizzazione di azioni coerenti alle politiche europee ed italiane di dati e governo aperti.
Nel 2016 si avvia a conclusione il Grande Progetto Pompei e sarà quindi ora sarà la società civile a dover avere una maggiore parte attiva e pro-attiva nella futura politica di apertura ed accesso ai dati promossa dalle istituzioni competenti.

Nonostante qualche difficoltà lungo il percorso (che sono state man mano raccontate qui, qui ed ancora qui), con la collaborazione della Direzione Generale del Grande Progetto Pompei e della Soprintendenza Speciale Pompei, Ercolano e Stabia, abbiamo insieme già promosso iniziative nella direzione della produzione di dataset in formato e con licenze aperte.

La pubblicazione dei dati economici e finanziari relativi agli appalti del Grande Progetto Pompei è stata particolarmente significativa. E’ stata costruita insieme all’Unità “Grande Pompei” (UGP), in modo da poter essere un cruscotto digitale per tutti i portatori di interesse (dai componenti dell’UGP alla cittadinanza) e a partire dalla connessione con il SILeg-DB (il sistema informativo dell’anagrafica degli esecutori e dei cantieri del MIBAC).

Sui dati di ricerca abbiamo promosso un’iniziativa dal basso, lo Scriptorivm, ma ora vogliamo provare a favorire il rilascio di ulteriori dati in formato e con licenza aperte da parte delle istituzioni, attraverso un impegno relativo a due archivi in formato digitale prodotti nel corso del Grande Progetto Pompei per il Piano della Conoscenza: quello delle foto di archivio e quello delle scansioni 3D.
Già lo scorso anno, alla Borsa del Turismo Mediterraneo di Paestum, il Soprintendente Massimo Osanna si era espresso favorevolmente sulla possibilità di un rilascio di parte dei documenti di archivio fotografici e cartacei destinati alla digitalizzazione grazie ai fondi del Grande Progetto Pompei (come avevamo già raccontato qui).  Il passaggio di testimone, già richiamato, abbiamo voluto concretizzarlo in una “bozza di futuri intenti”, sostenuti anche da associazioni della società civile particolarmente interessate all’apertura dei dati dei beni culturali. A breve ne condivideremo il testo affinché sia aperto ad eventuali proposte di modifica e integrazione fino all’incontro di chiusura a Pompeii che stiamo organizzando ed in cui verrà proposto alla Soprintendenza. All’incontro saranno presenti anche rappresentanti delle istituzioni e delle associazioni del territorio, di cui daremo notizia una volta definito meglio il programma della giornata.

Rimanete quindi in ascolto, perché programma della giornata, bozza di futuri intenti, proposte, voglia di lasciare cose concrete e costruirne insieme… è il nostro e vostro prossimo passo ;)

Necropoli di Porta Vesuvio

OpenPompei: verso l'ultimo atto, con un direttore scientifico in meno e un volontario in più

Il 2015 è stato, per OpenPompei, un anno di attività intensa e aperta sul mondo. Abbiamo lavorato tanto in collaborazione stretta e diretta con il territorio pompeiano; con la piccola ma attivissima comunità degli archeologi accademici che producono e usano dati aperti; con le associazioni di Civic Hackers. Le tappe principali di quest’anno sono state lo STVDIVM, cioè una scuola di dati aperti per l’archeologia; lo SCRIPTORIVM, cioè il primo archeo-hackathon d’Italia e uno dei primi al mondo; e TEDxPompeii, un momento di incontro e di raccordo per gli innovatori del Sud, nel segno della legalità. Ho già proposto un riepilogo e una riflessione sul progetto fin qui. L’unica cosa da aggiungere è la nuova versione del sito open data del Grande Progetto Pompei (http://open.pompeiisites.org/), che verrà pubblicata entro fine anno. E’ basata su DKAN ed è stata costruita dialogando in modo continuo con la Direzione Generale del MIBACT che si occupa del GPP.

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Ci sono diversi segni che la strategia di apertura, collaborazione con le istituzioni pur mantenendo una forte autonomia di pensiero e di azione, e di leading by example di OpenPompei comincia a funzionare. Diverse persone ci hanno raccontato che si stanno muovendo, stanno prendendo coraggio. L’ultimo episodio di cui ho avuto notizia è la mappatura della villa romana di Patti Marina su OpenStreetMap che secondo il suo realizzatore, il civic hacker siciliano Nino Galante, è direttamente ispirato a OpenPompei. Il TEDxPompeii, con la scelta forte di invitare Roberto Saviano per unire beni culturali e legalità, è stato molto apprezzato, anche fuori dall’Italia. Visti attivismo passato e segnali incoraggiati, immagino che alcuni si aspettassero un turbine di attività dopo l’estate, per poi avviarsi alla fine del progetto. Così non è stato, e sento di dovervi una spiegazione.

TEDxPompeii_win

Succede questo: da maggio 2014 (non è un errore, proprio duemilaquattordici) la struttura amministrativa di OpenPompei è andata in sofferenza. Sono successe due cose:

  1. È diventato via via più difficile utilizzare in modo intelligente la fonte finanziaria di OpenPompei, il Piano Operativo Nazionale Governance e Territorio, per gli amici PONGAT. Nonostante gli sforzi e la competenze di Studiare Sviluppo (la nostra “nave madre”), gli strumenti a nostra disposizione sono venuti riducendosi. Per esempio, ci è divenuto impossibile fare attività in qualunque luogo non sia Pompei; e ci è molto difficile invitare a Pompei civic hackers e archeologi che risiedono altrove, pagando loro il viaggio. La scheda di progetto di OpenPompei specifica con chiarezza che la platea degli stakeholders del parco archeologico di Pompeii, forse il più famoso sito archeologico al mondo, è per definizione globale; e ci assegna il compito di collegare il locale con il globale, il territorio con il mondo. Ma poi non ci dà gli strumenti amministrativi per farlo! Mah. Per fortuna c’è Internet, e molte relazioni sono passate da lì.
  2. Studiare Sviluppo stessa è entrata in una fase di ritardi nei pagamenti. Fatica a farsi pagare; fatica a pagare i collaboratori (io, per dire, non ho ricevuto ancora nessun compenso per il 2015). Ai ritardi, purtroppo, si aggiunge l’incertezza; non si sa quando e se le cose si risolveranno. Abbiamo deciso di non essere troppo puntigliosi, di dare la priorità a fare le cose, e le abbiamo fatte; però, inutile negarlo, il mix micidiale di pagamenti in forte ritardo, totale mancanza di certezze e ostacoli amministrativi hanno logorato lo spirito del mio team. Dopo la doccia di adrenalina di SCRIPTORIVM e TEDx, dopo le vacanze estive, avevamo in mente una chiusura di progetto molto ambiziosa, ma non siamo (ancora) riusciti a concretizzarla.

La fine di OpenPompei era prevista per la fine di ottobre 2015; a quella data tutti i nostri contratti sono andati in scadenza. Studiare Sviluppo ha chiesto e ottenuto una proroga a fine gennaio 2016 per terminare il progetto con ordine; ha inoltre proposto al mio intero team una proroga dei rispettivi contratti per lavorare su una seconda linea di attività di OpenPompei, che si chiama “azioni territoriali”, e di cui io non sono, nè sono mai stato, responsabile (anzi, non ne so praticamente niente). Anche se mi sembra una buona idea in generale, per quanto mi riguarda ho rifiutato la proroga, perché non mi sento di accettare responsabilità a fine progetto per una linea d’azione che non ho mai seguito, e perché non vedo la serenità amministrativa necessaria per lavorare bene.

Conclusione: io scendo qui. A partire dal 1 novembre 2015 non sono più il direttore scientifico di OpenPompei. Il lavoro fatto a novembre sull’evento di chiusura è stato lavoro volontario; non escludo di farne altro, ma non accetterò più pagamenti, nè responsabilità, per farlo. Il team di OpenPompei resta in sella con contratto prorogato, e sta decidendo su come chiudere il progetto. Continuate a seguire il blog per restare aggiornati.

L’ultima parola è: grazie. Grazie a tutte le persone con cui ho condiviso questa avventura entusiasmante e imperfetta. Impossibile ricordarle tutte. Ho già citato, ma voglio citare ancora, il “mio” team e Studiare Sviluppo, che ha portato la notevole responsabilità di fare da ponte tra il nostro piglio civic hacker e la pubblica amministrazione. Dal lato pubblica amministrazione sono particolarmente grato a Giampiero Marchesi, presidente dello Steering Committee del Grande Progetto Pompei, memoria storica e regista dell’intera policy governativa sull’area pompeiana dalla plancia del Dipartimento Politiche di Sviluppo (oggi Agenzia per la Coesione Territoriale); a Fabrizio Barca, vero ideatore dell’operazione al tempo in cui era ministro, e al suo staff; al Soprintendente Osanna e ai suoi collaboratori (spero che questi ultimi ci perdoneranno alcuni rapporti non proprio idilliaci; alla fine siamo tutti dalla stessa parte, la parte della cultura e della legalità). Un saluto militare al Direttore Generale del MIBACT responsabile del Grande Progetto Pompei, Generale Giovanni Nistri, e ai suoi collaboratori: per merito loro, tutti noi a OpenPompei siamo diventati fans sfegatati dell’Arma. Menzione speciale per il tenente-civic hacker Emanuele Riganelli, che ha sfidato il fuoco nemico un giorno sì e l’altro pure nel nome di trasparenza, legalità, e open data. Dal lato associazionismo e archeologia open, mi vengono in mente Eric Poehler e il Pompeii Bibliography and Mapping Project, Julian Richards e l’Archaeological Data Service, il progetto MAPPA dell’Università di Pisa, la conferenza Computer Applications in Archeology, Wikimedia Italia, Libera, Open Knowledge Foundation Italia, MappiNa, OnData, Spaghetti Open Data, Wikitalia, Monithon, e sicuramente ne dimentico molte altre. Grazie a tutti voi, esco da questa esperienza un po’ più civic hacker, un po’ più esperto di politiche pubbliche, un po’ più ricco di relazioni e del sapere che mi avete regalato. Conosco Pompeii molto meglio di prima, e la sento molto più mia.

E ho capito questo: la strada di OpenPompei è difficile, ma giusta. Ha senso occuparsi di beni culturali dal lato open data, trasparenza e civic hacking. Soprattutto al Sud. Intendo continuare a occuparmene in futuro, anche come presidente di Wikitalia.

I dati di budget di OpenPompei sono pubblicati come open data sul sito di Open Knowledge Foundation. Li trovate qui: ho chiesto che vengano aggiornati, spero che il mio ormai ex gruppo provveda rapidamente..

Pompei surreale

Quattro cose che ho imparato lavorando al Sud su open data e beni culturali

Mi sono appassionato alla discussione sul Sud lanciata da CheFuturo e Riccardo Luna. Intanto perché è oggettivamente importante: fin dai tempi dell’unificazione, la questione meridionale, come veniva chiamata allora, è il problema, il terreno su cui si decide il futuro dell’Italia. E poi perché mi interessa personalmente, in quanto economista italiano del nord che ama il sud e che al sud ha lavorato tanto.

Riccardo Luna propone agli innovatori di condividere un progetto e realizzarlo: vorrei contribuire anch’io alla riflessione. Lo faccio a partire da OpenPompei, un progetto che ho diretto negli ultimi due anni e che mi ha permesso di osservare da vicinissimo l’introduzione di pratiche digitali avanzate in un punto nevralgico del sud. Nevralgico dal punto di vista geografico: Pompei, la Campania, con tutta la ricchezza e tutti i problemi di quell’area. Nevralgico dal punto di vista economico: il parco archeologico di Pompeii, simbolo della storia e della bellezza che costituiscono un’importante risorsa per il Sud.

OPEN POMPEI, IL NOSTRO PROGETTO IN OTTO PASSAGGI

OpenPompei si avvia alla fine. È stato un progetto entusiasmante e difficilissimo: voluto dall’allora ministro della Coesione Territoriale Fabrizio Barca, era stato pensato come un piccolo progetto di supporto a uno molto più grande: il Grande Progetto Pompei, 105 milioni di euro per il consolidamento, la messa in sicurezza e il restauro del famoso parco archeologico di Pompei. Il Grande Progetto ha due obiettivi: il primo è spendere bene le risorse disponibili per assicurare il futuro a lungo termine del parco; il secondo è tenere la camorra lontana dagli appalti. Per raggiungerli, è stata montata un’alleanza inedita tra la Commissione Europea (finanziatore principale dell’iniziativa), i ministeri dello Sviluppo Economico, dei Beni Culturali, degli Interni, e l’Autorità anticorruzione, con un modello di sicurezza particolarmente difficile da penetrare per le aziende legate alle mafie.

Il compito di OpenPompei è agganciare il Grande Progetto Pompei alle politiche nazionali ed europee di dati aperti e governo aperto. In questi due anni, se pure sulla scala locale di Pompei, abbiamo seguito una strategia molto simile a quella proposta da Riccardo Luna per l’intero Sud: condividere progetti (nel nostro caso progetti di dati aperti e civic hacking) e realizzarli. Per fare questo, ci siamo guardati intorno e abbiamo cercato di valorizzare le esperienze esistenti; solo quando abbiamo individuato bisogni completamente scoperti abbiamo montato iniziative nuove, e anche in quel caso abbiamo sempre coinvolto chi stava già lavorando in quegli ambiti. Le cose principali che abbiamo fatto sono:

  1. Costruire il sito open data del Grande Progetto Pompei, in cui i dati finanziari relativi alla spesa dei famosi 105 milioni di euro sono tracciati, appalto per appalto, contratto per contratto, offerta per offerta.
  2. Portare a Napoli A scuola di OpenCoesione, un’iniziativa per introdurre nelle scuole la pratica di usare i dati aperti per monitorare la spesa pubblica e capire i territori.
  3. Contribuire al lancio della straordinaria esperienza di Confiscati Bene. Nato come progetto della comunità italiana open data insieme a OpenPompei, Confiscati Bene ha scaricato, ripulito e rilasciato come open data i dati del sito dell’Agenzia Nazionale per i Beni Confiscati alle mafie; oggi quel progetto è diventato un’associazione che collabora con Libera per usare gli open data come strumento di informazione per costruire progetti di impresa “pulita”, in grado di dare lavoro legale ai giovani del sud.
  4. Realizzare, insieme ai cittadini di quei luoghi e a Monithon, monitoraggi civici di alcuni beni confiscati alla camorra a Ercolano e Ottaviano – una bella palestra per approfondire il rapporto tra open data e cultura della legalità.
  5. Convincere la soprintendenza a partecipare a WikiLovesMonuments, operazione internazionale di produzione “dal basso” di fotografie dei monumenti del mondo con licenza aperta; organizzato un OpenSafari fotografico e la premiazione delle migliori fotografie italiane insieme alla soprintendenza e alla Fondazione Wikimedia Italia.
  6. Organizzare a Pompeii una scuola di dati aperti per l’archeologia, con docenti di classe mondiale e tanta esperienza di campo.
  7. Riutilizzare le conoscenze apprese in un hackathon archeologico mirato a produrre commons digitali aperti a partire da Pompeii, ma estensibili a coprire siti archeologici in tutto il mondo.
  8. Riunire gli innovatori e i visionari del Sud a Pompeii per partecipare al primo TEDxPompeii, fortemente voluto proprio da Riccardo e organizzato insieme a Wikitalia, alla soprintendenza e alla Direzione Generale del Grande Progetto Pompei. Il tema: “Innovazione nei luoghi inaspettati”. La presenza di Roberto Saviano nel Teatro Grande della città romana ha dato un segnale forte: nel Sud d’Italia, l’innovazione è contro la mafia.

È STATA DURA MA CE L’ABBIAMO FATTA E IMPARATO QUATTRO COSE

Non voglio nasconderlo: è stata durissima. La storia di OpenPompei è, sì, una storia di risultati ottenuti, ma anche di insuccessi: per esempio, è vero che i dati finanziari del Grande Progetto Pompei sono stati rilasciati in formato open, ma non così i dati archeologici. Eppure, l’archeologia e i beni culturali in genere producono dati in continuazione, dalle semplici cartografie 2D fino agli appunti di scavo degli studiosi che hanno esplorato nei secoli Pompei. Praticamente tutti questi dati sono stati finanziati da denaro pubblico; sembrerebbe logico rilasciarli come dati aperti, ma questo finora non è avvenuto. Abbiamo provato a usare la nostra posizione di progetto pubblico per sostenere questa logica e proporre operazioni di rilascio, ma abbiamo fallito.

Quindi: alcune cose hanno funzionato; altre si sono insabbiate tra rimpalli, silenzi e anticamere varie. La domanda è: perché? Cosa possiamo imparare da questa esperienza per aiutare il Sud a ripartire?

Io ho imparato quattro cose.

La prima: anche al Sud, i cittadini, le persone comuni, possono e vogliono aiutare. Tutto il percorso di OpenPompei è stato accompagnato dall’entusiasmo e dalla capacità di fare di tante persone – meridionali e no, italiane e no – che amano Pompei, sono dispostissime ad impegnarsi per migliorarla e sono capaci di farlo. Il nostro archeo-hackathon, battezzato SCRIPTORIVM, l’ha dimostrato al di là di ogni dubbio. Gli iscritti avevano le età più diverse, dai 17 ai 50 anni; venivano dai percorsi più diversi; si sono semplicemente presentati, senza dovere partecipare a selezioni. Eppure, hanno prodotto cose molto sofisticate, dal modello 3D della città antica a una specie di Google Street View in formato open (video). È stato evidentissimo, ad ogni passo, che tante persone sentono Pompei come patrimonio anche loro, e vorrebbero farlo vivere organizzandovi lezioni e convegni, o usandola come ispirazione per videogiochi e apps. Con cittadini così attivi e capaci, le istituzioni funzionano tanto meglio quanto più sono in grado di abilitarli a collaborare.

La seconda: le iniziative per lo sviluppo che funzionano bene richiedono diversità e saperi complementari. L’esperto di grido danese o coreano non funziona: lo dimostrano decenni di politiche di sviluppo top-down fallite. La devolution alle élites locali non funziona: lo dimostra lo stato stesso in cui si trova il Sud. Quello che funziona è un’alleanza che metta insieme il sapere globale dei grandi esperti e il sapere locale – in genere non quello delle élites che controllano i territori, ma quello di soggetti molto radicati ma marginali rispetto al potere. Il gioco consiste nell’usare i potenti e prestigiosi alleati “di fuori” per aumentare l’influenza degli innovatori “di dentro”. In questo il Sud Italia ha una grande fortuna: è conosciuto e amato in tutto il mondo, e non è poi tanto difficile imbastire collaborazioni prestigiose. OpenPompei, per esempio, ha ricevuto un magnifico regalo: l’archeologo americano Eric Poehler ha convinto l’Università del Massachusetts a rilasciare in formato open tutti i dati del Pompeii Bibliography and Mapping Project come contributo al nostro hackathon. Non l’abbiamo mai neppure incontrato.

La terza: le condizioni di sistema contano, e molto. I paesi in cui il benessere è elevato non sono tanto quelli con più innovatori generosi e intelligenti; sono quelli in cui le città sono accoglienti per tutti, la burocrazia è ridotta al minimo, l’evasione fiscale è rara, i servizi pubblici funzionano bene, i pagamenti sono puntuali. In questa situazione, insistere sul ruolo degli innovatori mi sembra presenti un rischio: quello di rinunciare a cercare strade per migliorare le condizioni di sistema e sostituirle con una specie di culto degli eroi dell’innovazione. Questo sarebbe fuorviante per noi; iniquo per gli innovatori stessi, che già fanno tanto in condizioni difficili e non credo possano portare anche il peso di salvare il Sud; e assolutorio per gli altri, che non vedono l’ora di potere scaricare sulle spalle di qualcun altro, chiunque, la responsabilità di uscire dalle secche. Nel caso dei dati aperti sui beni culturali, le condizioni di sistema che pesano sono le reticenze non dei dirigenti, ma dei funzionari di fanteria, che possono (e in genere vogliono) bloccare le proposte di apertura semplicemente rifiutandosi di agire, o prendendo tempo.

La quarta: le organizzazioni nuove funzionano meglio. Se i sistemi profondi sono ossificati (accade molto spesso) e non ci sono le condizioni per riformarli (non ci sono quasi mai), un’alternativa è quella di creare strutture nuove, parallele e provvisorie; task forces o simili. Nel caso del Grande Progetto Pompei, ha funzionato molto bene la creazione di una nuova Direzione Generale al MIBACT: una struttura “a tempo”, che verrà disciolta al termine del progetto stesso – un’idea del ministro della Cultura Massimo Bray, che è anche riuscito a selezionare persone capaci e motivate per i ruoli di direttore generale e di soprintendente. A Matera, con una scelta analoga, la candidatura a capitale europea della cultura 2019 è stata gestita da un comitato appositamente costituito; dopo la vittoria, il comitato è stato sostituito da una fondazione.

“Condividere un progetto, e realizzarlo.” In campo beni culturali, l’idea per il Sud di Riccardo è, credo, praticabile. Spero che i successi riportati e gli errori commessi a Pompei, da me e da tanti altri, possano farci da guida lungo il cammino.

Ripostato da CheFuturo